La Storia del Coppa

L’hotel Ristorante Coppa è parte integrante della storia di Dazio e sorge proprio nel centro storico del paese a poche centinaia di metri dalla chiesa in stile barocco consacrata nel 1690.

La storica villa che oggi ospita l’hotel e il suo ristorante è stata edificata nel 1790 dai conti Parravicini e ne fu anche una delle loro residenze.

Immerso nel verde con un parco alberato di 500 mq. l’Hotel Ristorante Coppa ha mantenuto integra tutta la sua struttura originaria e, scolpita nella pietra, è ben visibile la data della sua edificazione.

L’ingresso con lo stemma dei Conti Parravicini in bellavista, le scale (ancora originali) che portano ai piani superiori e le 2 sale da pranzo con camino danno tutto il senso della storia di questa struttura. Il primo e il secondo piano sono stati sobriamente ristrutturati ricavandone da una parte 6 confortevoli camere (4 doppie, una tripla e una quadrupla) dotate di servizi, TV e wi-fi e dall’altra lasciando praticamente inalterati i ballatoi e 2 grandi camere dotate di servizi e salottino.

Le 2 sale ristorante ospitano complessivamente circa 80 coperti. D’inverno il fuoco del camino e la leggera musica di sottofondo rendono l’atmosfera calda e accogliente.

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La Storia di Dazio

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Le origini di Dazio sono antiche, risalenti forse all’età neolitica.

Dopo l’epoca romana vi furono le invasioni dei popoli germanici e dei Longobardi. Nell’alto medioevo parte del territorio di Dazio era legato da vincolo feudale con il vescovo di Lodi, e successivamente a S. Abbondio di Como . Il 1335 segna l’inizio del dominio dei Visconti di Milano sulla Valtellina; contro Galeazzo Visconti, ghibellino, si levò, nel 1369, la ribellione del partito guelfo in Valtellina e fra i ribelli figurava anche Dazio, con i Parravicini.
Nel 1512 iniziarono i quasi tre secoli di dominio delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina.

Alla fine del 1700 i francesi, con Napoleone, posero fine al dominio delle Tre Leghe in Valtellina e Valchiavenna.

Dall’archivio Parravicini di Dazio si apprende come i Francesi non furono propriamente i benvenuti nel paese: …..  “a Dazio ancora ricordano con orrore un tal capitano Vandone, ufficiale francese, che, insediatosi da padrone nelle case Parravicini, con danze e con rumorosa orchestrina, empiamente disturbava le processioni della Settimana Santa; e, come i proci omerici attorno alla casta Penelope, assediava la giovane e bellissima vedova Rosa Castelli-Sannazzaro, che alla fine venne da lui rapita”…

Dall’inizio del 1800 il periodo della dominazione austriaca fu segnato da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono e il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855), mentre quella della crittogama, negli anni cinquanta, misero in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del 1800, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.

DAZIO E IL FENOMENO MIGRATORIO

La chiesa di Dazio, di stile barocco, fu consacrata nel 1690. Nello stesso periodo le epidemie, le calamità naturali e le guerre provocarono uno spopolamento della zona che si protrasse nei secoli successivi. Molti artigiani partirono alla volta di Roma, seguiti poi da braccianti e soldati mercenari. L’emigrazione verso Roma rientrava in un quadro di aiuti pontifici ai profughi e ai perseguitati cattolici; la fascia pedemontana in cui si trova Dazio fu quella maggiormente colonizzata dai luterani e fu il centro di forti rappresaglie a sfondo religioso.

Gli emigranti di Dazio nella capitale fondarono una folta colonia di piccoli artigiani e commercianti ancora adesso presente. Essa costituisce infatti il nucleo più importante del “gruppo valtellinesi di Roma” che mantiene tutt’ora stretti contatti con la propria terra di origine. Parte del turismo Daziese è infatti rappresentato dai cosidetti “romani”.

Riguardo al fenomeno emigratorio, vale la pena di riportare diversi passi tratti dall’opera Storia di Morbegno (Sondrio, 1959) di Giustino Renato Orsini, che tratta il fenomeno nella sua ampiezza con dovizia di particolari e nelle sue implicazioni:

…. “Le condizioni economiche della Valtellina, assai depresse dopo il suo passaggio ai Grigioni (1512) e per il distacco della Lombardia, cominciavano lentamente a risollevarsi per effetto dell’emigrazione. I nostri massicci montanari, pieni di buon volere, lasciavano in piccole frotte il loro paesello per recarsi nei luoghi più lontani: i Chiavennaschi a Palermo, a Napoli, a Roma, a Venezia e persino in Francia, a Vienna, nella Germania e nella Polonia: a Napoli i Delebiesi e quelli di Cosio; a Napoli, Genova e Livorno quelli di Sacco; pure a Livorno ed Ancona i terrieri di Bema e di Valle; a Venezia quelli di Pedesina; a Verona quelli di Gerola; a Roma, Napoli e Livorno quelli d’Ardenno. Numerosi muratori e costruttori di tetti emigravano in Germania; e i montanari della Valmalenco si spargevano come barulli nei più diversi paesi. Un quadro assai mediocre nella cappella antistante alla chiesa di S. Nazzaro in Cermeledo ci ritrae questi emigranti che, scalzi e in misere vesti, curvi sotto il loro fardello, arrivano ad un porto e ringraziano la  B. Vergine del viaggio compiuto. Ma la meta preferita, specialmente dai terrieri della zona dei Cech, fu Roma, dove il Pontefice, anche per sostenere la fede cattolica combattuta dai Grigioni, accordò loro protezione e privilegi. Nella dogana di terra in piazza S. Pietro furono loro riservati ventiquattro posti di facchini, e alcuni posti anche nell’ospedale dell’Isola Tiberina; formavano pure la compagnia dell’annona, come facchini, misuratori e macinatori di granaglie; e furono detti Grigi, provenendo da luoghi dominati dai Grigioni. Perciò il cardinale Pallavicino chiamò ingiuriosamente la nostra valle patria dei facchini. Effettivamente fu quello il loro prima impiego, nel quale salirono anche al grado di capo-squadra, come vediamo dal nome assunto dai Caporali di Cino e dai Caporali di Dazio e dal nomignolo di Sigillini (sugellatori di sacchi) ancora portato dai Carra di Dazio. I Coppa di Roncaglia assunsero tale nome per la loro gagliardìa nel portare il basto sul collo.
Ma ben presto da tale condizione gli emigrati a Roma si elevarono a quella di orzaroli (fornai e venditori di commestibili); così taluno con rigorosa parsimonia poté mettere da parte notevoli guadagni; ed altri –come i Ciampini di Biolo – divennero uomini di lettere e prelati; più tardi, ossia nell’800, un Vincenzo Grazioli, umile pastorello di Cadelsasso, recatosi a Roma quale garzone di fornaio e divenuto presto ricchissimo, sarà insignito del titolo ducale e, apparentandosi con l’antica aristocrazia, sarà il capostipite dei Grazioli Lante Della Rovere. Ciascuna colonia valtellinese aveva in Roma una bussola, intitolata al patrono del villaggio d’origine (S. Provino di Dazio, S. Bartolomeo di Caspano, ecc.);e dentro quella deponevano le offerte da trasmettere al relativo parroco per ampliamenti e restauri della chiesa e per la compera di sacri arredi, talora preziosi… Solo da vecchi questi ritornavano poi in patria; e, col peculio adunato, miglioravano la loro casetta, acquistavano terre, affrancavano livelli e servitù. Così nei vari paesi, particolarmente nella Val Masino, nella Val Gerola e nei comuni di Civo e Dazio, si diffuse un notevole benessere…
Per effetto di questa secolare emigrazione a Roma le condizioni economiche di questa parte della Valtellina sono oggi assai floride… I contadini dispongono quindi di molti terreni e possono permettersi il lusso di parecchie dimore in luoghi diversi, a cui si trasferiscono nelle varie stagioni. Durante l’inverno Caspano discende alla Manescia di Traona, Cadelsasso ai Torchi di Campovico, Dazio a Categno, Civo a S. Biagio e a Selvapiana, Roncaglia a S. Croce, Valmasino nella pianura di Ardenno… Per effetto di questa emigrazione anche la stessa razza, prima fiaccata dai matrimoni fra affini, potè rigenerarsi col sangue di Trastevere… Quindi a Caspano e a Civo si trovano uomini aitanti e donne fiorenti di matronale.”